lunedì 21 maggio 2007

L'Orlando furioso: i temi dell'eroismo e della pazzia.

Nel rifarsi a fonti da lui ben conosciute e amate, Ariosto infonde nuova vitalità alle avventure cavalleresche, nelle quali vede esemplificati tanti comportamenti sociali. La sua ironia non ha come obiettivo il mondo cavalleresco , ma più in generale le incoerenze dell’agire umano, del quale le “imprese” del poema costituiscono l’immagine fantastica. Attraverso le vicende dei suoi eroi, attraverso una serie di interscambi tra mondo immaginario e mondo reale, l’Ariosto ci svela l’ambivalenza dei modi di essere dell’uomo, e lo fa con gioioso distacco e insieme con affettuosa partecipazione.
Il tema dell’eroismo percorre l’intero poema, specialmente gli episodi di guerra, e trova il suo culmie nello scontro decisivo tra campioni cristiani e saraceni a Lipadusa (dove muore da prode Brandimarte) e nel duello finale tra Ruggiero e Rodomonte. In tale contesto il poeta ci dà una vigorosa rappresentazione dei caratteri più seri e terribili: evidente è la sua prospettiva aristocratica, che distingue nettamente i cavalieri dalle masse anonime degli altri combattenti, semplice carne da macello spietatamente sottoposta agli scempi più sanguinosi; netta è anche la distinzione tra il mondo “negativo” dei pagani e quello “positivo” dei cristiani, anche se si danno scambi di ruolo e complicità tra i cavalieri dei due campi. Ma il valore e la forza dei guerrieri, quando superano certi limiti, possono trasformarsi nel loro contrario, in pazzia bruta e animalesca, priva di qualsiasi controllo e coscienza.
All’eroismo si affianca così la pazzia, anch’essa diffusa in tutto il poema (fin dal titolo, con l’aggettivo furioso). In primo piano, ovviamente, è la follia di Orlando, eccessiva e paradossale, perché colpisce il cavaliere che dovrebbe essere il “savio” per eccellenza, l’eroe più puro e perfetto di tutta la tradizione. Ma la pazzia, in modi meno rovinosi, minaccia molti altri personaggi: essa coincide con il perdersi, con il lasciarsi trascinare da illusioni che impediscono di riconoscere le cose nella loro realtà. Alle radici di questa insania, che è carattere costitutivo dell’uomo, c’è il desiderio di oggetti irraggiungibili e, soprattutto, il desiderio amoroso.
Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana, Einaudi

2 commenti:

andrew ha detto...

Molto appassionante.In quell'epoca l'onore,la gloria e tutte le altre virtù più valorose,venivano attribuite ai guerrieri.Oggigiorno queste virtù a chi potremmo attribuirle??

Anonimo ha detto...

a nessuno,chi più parla di onore,e gli altri valori cavallereschi??ormai nulla ha più valore in quest'epoca...l unica cosa è una piccola smania di potere da parte di chi ha soldi e nient altro...
L'epoca della cavalleria è morta.
L'unica cosa in cui si può sperare è il sentimento,una cosa banale e semplice ma anch'essa piena di valore..